Il mio primo campeggio

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Era il 1967.

Avevo 20 anni e una seicento usata. Eravamo in tre amici: uno di noi, non ricordo più né chi né dove, trovò una piccola tenda canadese militare, due posti, senza fondo (aveva praticamente solo la parte superiore) e con qualche buco. Sufficiente a scatenare in noi la voglia di campeggio.

Cominciammo a recuperare qualche pentola da casa, ovviamente quelle che le nostre madri non usavano più perché troppo malandate, e poi stoviglie, anche qui le peggiori, e un bellissimo fornello a petrolio. Infine, tre materassini gonfiabili, quelli che all’epoca si avevano raccogliendo i punti dei distributori di benzina.

Ai primi di agosto partimmo da Milano, destinazione Rapallo. La macchina era piena di tutto e al nostro arrivo a Rapallo il tempo era grigio e minacciava pioggia. Il campeggio era praticamente al completo ad eccezione di una piccola piazzola, sufficiente per noi.

Montammo la tenda, mettemmo un lenzuolo vecchio per terra, gonfiammo i materassini, svuotammo la macchina. Una volta sistemato tutto, andammo in paese. Davanti a noi la prospettiva di una vacanza meravigliosa.

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La pioggia fece il suo ingresso nella nostra vacanza quella stessa notte: noi, in tre, nei nostri sacchi a pelo dentro una tenda da due, ci godevamo quel momento di entusiasmante novità. Dopo poco, da uno dei buchi della tenda (che ovviamente non avevamo provveduto a riparare) iniziò a piovere dentro: le gocce d’acqua finivano direttamente nell’occhio di chi mi stava accanto. L’entusiasmo per la novità calò per un momento, ma avevamo vent’anni e con alcune soluzioni improvvisate tamponammo il problema. Il mattino seguente chiudemmo il buco con la cera della candela che usavamo come lampadina alla sera.

Il giorno seguente un sole bruciante ed una splendida giornata ci diedero il buongiorno. Passammo l’intera giornata al mare. Cena a bordo tenda. Menu: spaghetti ed affettato. Caricato il fornello con il petrolio e dopo avere abbondantemente pompato per creare la pressione necessaria per farlo funzionare, cominciammo a cuocere la pasta. Mentre preparavamo la cena, stendemmo una coperta a terra e preparammo tutto l’occorrente, ovviamente e letteralmente a lume di candela e seduti per terra. Terminata la cena, andammo a lavare le stoviglie nei bagni, ricavati da rifugi in cemento armato del tempo di guerra. Erano stati adattati all’uso con lavandini di recupero utilizzabili per le stoviglie e per lavarsi. Solo acqua fredda, gabinetti improvvisati, alcuni dei quali privi di porte. Il tutto illuminato da una solitaria lampadina. Avevamo vent’anni, eravamo al settimo cielo comunque.

La notte cominciò nuovamente a piovere e le gocce di pioggia iniziarono a cadere nuovamente nell’occhio del mio amico. Solo il mattino seguente capimmo: il sole cocente del giorno prima aveva sciolto la cera della candela usata per chiudere il buco. Risolvemmo con un cerotto da medicazione offerto da un vicino.

Dopo alcuni giorni di vacanza, a causa dell’eccesso di pressione per troppo pompaggio, la valvola del fornello a petrolio scoppiò: risolvemmo il problema andando a mangiare in trattoria.

Una notte, durante l’ennesima pioggia, quella volta davvero torrenziale, ci ritrovammo a galleggiare letteralmente sui materassini: trascorremmo il resto della notte in macchina giocando a carte e capimmo perché quella piazzola era libera nonostante il campeggio fosse pieno: era una buca che diventava un lago in caso di pioggia.

Era  l’ultimo giorno della nostra vacanza, il giorno seguente caricammo le nostre cose e tornammo a casa.

Avevamo vent’anni e fu una bellissima vacanza.

Gianni Pasi

Photo Credits immagine in evidenza: il Bubris www.liberamenteincamper.it

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