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La via degli Dei è un percorso che si snoda attraverso gli Appennini collegando Bologna e Firenze, sentieri e mulattiere percorribili a piedi o in mountain bike. Ed è proprio con quest’ultima ed una tenda che Angelo Aldrovandi ha affrontato questo percorso, durato 3 giorni.

La Via degli Dei è un percorso che conduce da Bologna a Firenze lungo sentieri e mulattiere e, solo in parte, lungo la “Flaminia Minor”, tracciato della strada militare romana del 187 a.C., ancora visibile in taluni tratti. La mia avventura è iniziata quando ho deciso di percorrerla con la mia mountain bike.

Il viaggio dura circa 3 giorni e, sia che si affronti in solitaria che in compagnia, la preparazione dell’attrezzatura necessaria è di fondamentale importanza per affrontare la via degli Dei.

Il modo migliore per vivere un’esperienza a contatto totale con la Natura è dormire in tenda . E’ vero, tenda, saccopelo e materassino nello zaino hanno il loro peso, in tutti i sensi. E’ importante quindi scegliere una tenda il più leggera possibile: io ho optato per una tenda monoposto davvero leggera (1,5 kg) e un materassino super-light della Ferrino; saccopelo, pile e giacca a vento sono invece della Salewa.

La preparazione per la via degli Dei…

A bordo bici: GPS,  pompa per i pneumatici e borsette ( con camere ad aria, cartine e bussola. E poi coltello multi-uso, torcia, fazzoletti, diario e penna, cioccolate e barrette, lucchetto per la bici e pompa per gli ammortizzatori.

E’ importante che lo zaino sia ben organizzato perché quando si monta la tenda lo si deve disfare quasi completamente, e lo stesso vale per il mattino quando si riparte. Tutto deve essere quindi in ordine. Altre “dotazioni” che non sarebbe meglio non farsi mancare: attrezzi per la bici (cacciaviti e chiavi a brugola, smaglia-catena e scalza-copertoni), scotch, spago, accendino, sacchetti, repellente per gli insetti e batterie di ricambio.

Di fondamentale importanza, soprattutto se si viaggia “in solitaria”, è dotarsi di un kit di “pronto soccorso”: ghiaccio istantaneo, garze e cerotti, disinfettante e qualche farmaco di prima necessità.

Uno  zaino da 36 litri, strutturato per non pesare sulla schiena e ben ventilato, è sufficiente a contenere tutto, anche  la “sacca idrica” (che sostituisce la borraccia) dalla capacità di ben 3 litri. E’ peso in più, è vero, ma è fondamentale per non correre il rischio di disidratarsi quando si pedala per diverse ore nei boschi senza la minima traccia di fonti d’acqua.

via degli Dei

Sapevo che sarebbe stato un viaggio molto impegnativo, faticoso, ma un senso di spensieratezza e una punta di goliardia erano con me. Il 27 settembre, zaino in spalla, sono saltato sulla bicicletta e sono partito…

Com’è diversa la propria città se la si guarda con occhi di vagabondo, senza mete precise, senza fretta di arrivare da qualche parte.

La Via degli Dei inizia in modo simbolico: la salita del Meloncello, a fianco dei suoi famosi 666 portici. Uno sforzo durissimo premiato dalla comparsa della Basilica di San Luca all’uscita di una curva, immagine che normalmente mi provoca un attacco di Sindrome di Stendhal ma che dopo questa faticaccia mi fa addirittura entrare in uno stato di trance mistica.

Si supera la basilica ed eccola là, la “backdoor per uscire dal sistema”: è il sentiero “dei Bregoli”, una tanto ripida quanto divertente discesa nel bosco che atterra all’inizio di Parco Talon. Dopo una piccola deviazione alla “chiusa” sul fiume Reno, proseguo lungo un sentiero in single-track nella boscaglia lungo l’argine del fiume.

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Fatta eccezione per i coccodrilli, qui fortunatamente assenti, poteva essere tranquillamente il parco naturale Everglades in Florida. Strano pensare che poco più in là, dall’altra parte del fiume, ci fosse Casalecchio e il traffico della statale e dell’autostrada A1. Le parole “la bellezza si nasconde nelle pieghe segrete del tempo e fuori dai luoghi comuni” non mi erano mai parse così vere.

via degli Dei

Pranzo con birra e panino alle melanzane e salame piccante (non pensate male, lo consigliano i preparatori atletici dei campioni!) e proseguo in cerca di scorci interessanti. Il sole sta per tramontare: sono riuscito a percorrere quasi 40 km per arrivare a Badolo mentre secondo la guida ne bastavano 23. Devo avere fatto parecchie deviazioni, ma non importa: mi sento sereno e decido di piantare la tenda per la notte.

via degli Dei

Decido di cenare presso l’osteria di Badolo; sono l’unico ospite della sera e chiacchiero con l’oste fino a tarda ora.

Decido di fare una passeggiata. E’ notte fonda, buio pesto e la strada è deserta. Cammino nel silenzio e a un certo punto la mia torcia illumina qualcuno, una persona sta correndo verso di me. Gli punto la luce contro e gli chiedo a voce alta “ehi, chi va là?!?”…

Mi risponde: “…sei Eingel?” Dire che sono rimasto a bocca aperta è poco. La cosa ha dell’incredibile: era un amico che avevo incontrato proprio il giorno prima di partire, dopo anni che non ci vedevamo! Dopo qualche kilometro di corsa insieme chiacchierando, ci salutiamo e vado in tenda.

Alle 7 le luci dell’alba mi svegliano. Mi sarei riposato ancora un po’ molto volentieri, ma mi alzo e inizio il mio secondo giorno di viaggio, pervaso più dall’euforia che dalla fatica.

Il percorso è davvero fantastico: monte Adone, Brento, poi Monzuno e da lì, lungo il crinale, verso Le Croci, il parco eolico di monte Galletto fino a Madonna dei Fornelli. Qui mi fermo per pranzare, stando leggero questa volta e per aggiustare il cambio. Un sasso ha colpito il deragliatore centrale che si è piegato, rischiando di sfasciare la catena, cosa che mi costringerebbe ad abbandonare l’avventura. Per fortuna, il meccanico del paese passa proprio dal bar a prendere un caffè e gentilmente mi aiuta a trovare una soluzione di fortuna che mi consente di proseguire, anche se con qualche limitazione.

Proseguendo verso Pian di Balestra incontro alcuni tratti dell’antica Flaminia Minor: imponenti pietroni che spuntano nel bosco, disposti esattamente come furono posati  duemiladuecento anni fa.

via degli Dei

I sentieri ripidi e malandati che si devono affrontare mettono a dura prova sia il fisico che la mente. Impossibile salire con la bicicletta in buona parte di essi, in alcuni tratti si fa persino fatica a stare in piedi.

Decido di fermarmi al “Poggiaccio”,una radura nel bosco a 1200 m di altezza che rappresenta il punto più alto del percorso. Questa volta nessuna lauta cena, solo un panino.

Assettato il campo con calma, vado in esplorazione dei dintorni. Il sole tramonta piano piano e nonostante mi senta al sicuro da presenze inopportune provo un crescente senso di inquietudine, quasi mi sentissi un ospite indesiderato in quel luogo così remoto

Di notte il bosco si trasforma: da ovatta silenziatrice dei rumori della civilizzazione, ecco che diventa un teatro primordiale di echi furibondi: capisco che è proprio questo che volevo, entrare nel cuore della foresta ed essere da solo, faccia a faccia con il lato oscuro della Natura.

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Durante quella notte ho perso la concezione del tempo e, naturalmente, ho dormito poco e malissimo. Ho sentito suoni e rumori mai sentiti prima. La mia fantasia ha dato vita ad un universo di presenze nel buio che non potevo vedere intorno a me. Mi sveglio per l’ennesima volta nel cuore della notte, non guardo neanche che ore sono perché sto battendo i denti dal freddo mentre il vento continua ad ululare in tutte le direzioni. Ammetto di essermi sentito un vero idiota e di essermi detto “ma si può sapere chi #!*@% me l’ha fatto fare?!?!?”

Finalmente mi riaddormento finché le luci dell’alba non mi svegliano del tutto: sono le 6 e mezzo del mattino ma resto ancora in tenda, nell’attesa che i primi raggi del sole mi scaldino un po’ prima di riprendere la via degli Dei.

via degli Dei

Il terzo giorno ha inizio. Ancora tutto infreddolito, smonto la tenda e salto in sella alla mia bici: il sorriso e il buonumore si impadroniscono nuovamente di me. Sono in cima a una collina, quindi per colazione mi aspetta una discesa lungo un sentiero ripido e dissestato, in cui posso buttarmi a tutta velocità con la mia mountain-bike. Giuro,  non c’è modo migliore di iniziare la giornata.

Mentre solco i suoi sentieri con le mie due ruote da fuoristrada, la foresta è di nuovo solitaria e silenziosa. Macino i kilometri a denti stretti e arrivo al passo della Futa, quindi al passo dell’Osteria Bruciata. Pochi gli incontri: un ragazzo veneto che sta facendo la Via degli Dei a piedi senza cartina e che ha con sé soltanto con due pagine con le indicazioni del percorso (temerario!), un bird-watcher olandese che si era appostato con un cannocchiale gigantesco per avvistare l’aquila reale (penso  di averne vista una anch’io lassù, non sono un esperto, non ne sono sicuro, ma di certo l’apertura alare era davvero enorme) infine, ma non meno importanti,  una coppia di cinghiali, che a vedermi si sono presi paura più che io di loro e sono scappati per primi, scappando via alla velocità della luce e facendo tremare il terreno.

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Nel primo pomeriggio arrivo a Sant’Agata e San Piero a Sieve: 25 km e sono a Firenze. I treni di ritorno per Bologna che consentono di trasportare la bici partono soltanto la sera tardi, quindi non voglio perdere tempo: salto il pranzo e prendo una scorciatoia per evitare un’altra notte fuori a così poca distanza da Firenze.

Sono sincero: ho una gran voglia di tornare a casa. Pedalo e le ore passano senza pensieri e preoccupazioni, in uno stato di vuoto mentale degno di un maestro Zen. E’ la fine del mio viaggio: dopo tre giorni di blackout sento molto la mancanza di casa e spingo sui pedali come un pazzo.

L’arrivo a Firenze di sera è trionfale tanto quanto la partenza da San Luca a Bologna: il cupolone del Brunelleschi che si erge sulla città. Altro attacco   di Sindrome di Stendhal. Scendo  verso la città e quando supero il cartello “Firenze” esplodo ed esulto con tutto me stesso, alzando le braccia come se avessi appena vinto il giro d’Italia.

via degli Dei

Il primo treno è alle 22:30, ho tempo per fare il biglietto e cenare in modo degno dell’occasione. La mia scelta ricade sul mitico ristorante “Perseus” dove le bistecche alla fiorentina  pesano almeno un chilo e regalano sapori indescrivibili (non me ne vogliano vegetariani e vegani!).

Mentre divoro la mia meritata bistecca, scambio quattro chiacchiere con una tavolata di americani ubriachi  e con un francese, anche lui appassionato di  mountain-bike. Mi rendo conto che tre giorni di fatica sulla via degli Dei, sommati all’euforia di avere terminato il mio viaggio e moltiplicati per il fiume di Chianti che ha accompagnato la mia cena creano in me uno stato esponenzialmente esplosivo. Ebbro  ed esultante, pedalo per le strade di Firenze, sentendomi veloce e leggero come un falco. Mi sento come Attila che ha conquistato l’impero romano. Sono serenamente entusiasta ed entusiasticamente sereno.

Non potevo immaginare una conclusione migliore per la Via degli Dei del mio treno di ritorno, il regionale Firenze-Bologna Invece di mezz’ora, come con l’Alta Velocità, impiego un’ora e quaranta minuti: cosa può importarmi di risparmiare un’ora per il viaggio di ritorno se ne ho impiegate 72 per quello di andata?

Il treno è quasi arrivato a Bologna: l’euforia ha lasciato il posto alla stanchezza.

Non ho niente da scrivere sul diario se non due semplici parole: felice e soddisfatto.

Angelo Aldrovandi
www.eingel.com

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Info e link utili

Per chi volesse approfondire, oltre ad un’ottima guida delle edizioni Tamari, esiste il sito www.dabolognaafirenze.it.

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